A Montese la guerra mi ha raggiunto prima attraverso l’udito, non attraverso gli occhi. Non sono stati i cannoni a ferirmi per primi, ma il canto di bambini italiani che intonavano la Canzone del Expedicionário, con voci sottili e un italiano dolce che inciampava nelle parole portoghesi. In quel cortile semplice di una scuola, attraversato dal sole e dalla memoria, ho capito che anche la storia si scrive a bassa voce.
Montese non è soltanto un nome su una mappa. Si cammina per le sue strade strette come si sfogliano le pagine di un libro antico. Le pietre conservano ordini in tedesco, preghiere in italiano e silenzi in portoghese. Ogni muro sembra conoscere nomi che il tempo tenta di cancellare. Eppure, quei bambini cantavano vita.
Mentre le loro voci salivano leggere, io vedevo — senza vedere — i soldati arrivare stremati, ragazzi venuti da cortili modesti e domeniche semplici, a imparare lì l’inverno dell’anima. Non conoscevano le Alpi, ma conoscevano la stanchezza. Non avevano visto le rovine d’Europa, ma sapevano cos’era la nostalgia. Attraversarono l’Atlantico senza garanzie di ritorno ed entrarono a Montese come si entra nel destino: senza solennità, con sacrificio.
Fu allora che compresi: esistono due patriottismi.
Uno vive di rumore, l’altro di silenzio.
Uno marcia sui social, l’altro cammina sui marciapiedi della memoria.
Uno esige applausi, l’altro non chiede nulla: semplicemente ricorda.
Il patriottismo politico è rumoroso per natura. Ama lo slogan, la parata, la frase pronta. Scambia la storia con lo spettacolo e trasforma la patria in un palcoscenico, dove ciascuno gareggia per gridare più forte il proprio amore per il Paese. È un patriottismo che indossa la maglia, ma dimentica la pelle; che innalza bandiere, ma ignora i nomi incisi sulle lapidi invisibili della storia.
Quello dei bambini di Montese nasceva altrove. Non in un ufficio, non su un palco. Nasceva in aula, sulle ginocchia dei nonni, lungo i muri antichi di una piccola città che non dimenticò chi avesse combattuto per salvarla quando la guerra sembrava eterna. Quelle voci non chiedevano voto, né “like”, né ideologia. Restituivano soltanto un debito: quello della memoria.
Mentre da noi il patriottismo è diventato tifo organizzato, lì restava rispetto.
Non era grido: era sussurro.
Non era attacco: era reverenza.
Il Brasile, paradossalmente, dimentica i propri eroi con la stessa facilità con cui inventa avversari. Ricorda i nemici politici con fervore, ma cancella i nomi degli uomini che attraversarono gli oceani perché la guerra non invadesse i nostri cortili. Molti giovani conoscono gli influencer, ma non sanno chi furono i soldati. Cantano jingle, ma ignorano la musica della propria storia.
Montese ci insegna ciò che abbiamo disimparato:
patriottismo non è attacco, è gratitudine;
non è esclusione, è eredità;
non è rumore, è permanenza.
I bambini non cantavano per odio verso qualcuno. Cantavano per rispetto verso qualcuno.
E in questo sta tutta la differenza.
Quando il canto cessò, qualcosa in me si quietò. Montese non era più soltanto Italia. Era diventata un villaggio della mia memoria. Un frammento di Brasile custodito in voci straniere. Un Paese piccolo che si impara per affetto.
Me ne andai con due certezze.
La prima: la guerra finisce sulle mappe, ma continua nelle persone.
La seconda: quando i bambini cantano la storia, essa non muore; impara soltanto un’altra lingua.
Forse il futuro della patria non è nelle mani di chi parla più forte, ma nelle voci che stanno ancora imparando ad ascoltare. Forse la vera bandiera non è quella che sventola al vento, ma quella che si custodisce nel cuore con la dignità di chi sa da dove viene.
Montese non canta per esibire virtù.
Canta per non perdere la memoria.
E forse è questo che ci manca:
meno spettacolo, più ricordo;
meno contesa, più gratitudine.
Perché il giorno in cui un Paese saprà soltanto gridare il proprio amore — e non più narrarlo — avrà perduto non solo la storia, ma l’anima.
Di Palmarí H. de Lucena. 09.12.2025